Formazione e salute, ripensare il modello di welfare per conservare la sua sostenibilità

La permanenza o meno del patto sociale fra cittadini che è posto alla base delle leggi di uguaglianza e di cittadinanza, non è ancora giunta alla attenzione pubblica come una concreta minaccia nei paesi occidentali storicamente più sviluppati. Eppure i diritti ai servizi sociali come la assistenza sanitaria e la pubblica istruzione, oltre che la previdenza sociale, si stanno fortemente modificando nella forma e nella organizzazione, poiché appare ormai evidente che il costo a carico della collettività stia continuando a lievitare, senza che siano ancora chiaramente delineate strategie in grado di contenere la spesa, pure mantenendo o migliorando le caratteristiche dei servizi(1).

Gli edifici che sono preposti a supportare la erogazione dei servizi per la collettività, siano essi relativi alla formazione o siano inerenti alle prestazioni sanitarie e socio-assistenziali, giocano un ruolo chiave nella partita della sostenibilità: in primo luogo perché sono strutture storicamente grandi consumatrici di risorse, energetiche ma anche e soprattutto di personale, di attrezzature e di materiali; in seconda istanza perché proprio dalla sfida per l’efficientamento dei protocolli organizzativi e dei modelli edilizi possono ritrovarsi risparmi potenzialmente di grande rilevanza, tali da consentire di “resettare” il bilanciamento fra spesa sociale e patto fra cittadini sul prelievo fiscale.

Per consentire una pianificazione di lungo periodo orientata alla elaborazione di strategie di contenimento del deficit e alla riduzione del debito pubblico dello Stato è da qualche anno in atto presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze un progetto di censimento del patrimonio della Pubblica Amministrazione, finalizzato alla elaborazione di un rendiconto patrimoniale delle componenti dell’attivo del bilancio degli enti pubblici(2): la conoscenza sistematica e puntuale degli asset – materiali e immateriali – del patrimonio pubblico rappresenta ormai uno strumento ineludibile per orientare le decisioni di politica economica e per innescare processi di valorizzazione e di sviluppo della redditività delle proprietà pubbliche. Oltre a ciò la gestione efficiente del patrimonio pubblico, da realizzarsi in maniera coordinata da parte di tutte le Amministrazioni direttamente coinvolte, può svolgere non solo un ruolo cruciale per il contenimento del debito, ma ancora più utilmente può incentivare processi attivi di creazione di valore, contribuendo alla crescita economica oltre che al benessere sociale del Paese.

La valorizzazione di asset immobiliari non utilizzati o non più adeguati può passare attraverso le più diverse forme di scambio e di partnership fra pubblico e privato: mediante la cessione di beni in cambio di nuovi beni o servizi; attraverso il concambio di valori di capacità edificatoria nella definizione di strumenti urbanistici e attuativi di nuova generazione; oppure ancora mediante il conferimento dei beni strumentali all’interno di fondi preposti alla valorizzazione e alla creazione di nuove strutture per servizi di pubblica utilità. Dopo le alterne risultanze dei modelli di partnership pubblico privato che si sono avvicendati negli ultimi 20 anni(3) sembra ora più credibile un approccio che veda la attivazione di processi di dismissioni patrimoniali finalizzati al recupero di risorse per investimenti in nuove strutture, in grado di attirare investitori istituzionali, nazionali o esteri: le strumentazioni normative già esistono ed è in atto una forte mobilitazione di soggetti pubblici e privati per dare forma a processi di creazione del valore, al servizio del bene pubblico.

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